Ridurre i tempi dello sviluppo del capitalismo
Risparmio energetico e riduzione dei tempi dello sviluppo capitalista per ridurre i danni dello sfruttamento umano natura.
Diamo continuità al contributo finalizzato ad un dibattito collettivo, finalizzato alla ripresa di un ampio movimento di lotta e di opposizione socio politico dal basso che tende ad unificare le tematiche salute, ambiente, lavoro che rappresentavano gli obbiettivi, nella fase temporale che precedeva di qualche mese la Pandemia da Covid-19, che videro nel corteo di Roma del 23 marzo 2019 “Stop Biocidio” un punto alto di aggregazione e di ricomposizione sociale in Italia.
Se al/ai movimento/i ,sparsi in lungo e largo della nostra penisola “Stop Biocidio”, aggiungiamo le varie mobilitazioni, planetarie del Movimento «Fridays for future», quel che si evidenziò nell’intero anno 2019 fu la necessità ed il dovere, da un lato di impedire forme di aggressioni alla salute ed all’ambiente e dall’altro quello di porre la critica radicale allo sviluppo capitalista reo dello sconvolgimento e modifica dei cambiamenti climatici che desertificano ed impoveriscono intere aree del nostro pianeta come l’Africa dando origine, di conseguenza, agli esodi biblici verso le nostre coste che hanno trasformato i nostri mari in veri propri cimiteri.
Se alle problematiche ambientali si aggiungono le guerre, vedi la Siria lo Yemen, la Libia, l’occupazione Israeliana dei territori palestinesi, l’incendio della Foresta Amazzonica, le fughe radioattive dalle Centrali Nucleari così come la corsa al riarmo e le minacce dell’uso del nucleare militare per la risoluzione dei conflitti, è ancor più evidente l’instabilità degli equilibri geopolitici internazionali che contribuiscono a rendere ancor più fragile il nostro pianeta.
A conferma di quanto sopra, sono state le vicende di neanche un mese che hanno visto protagonisti Trump intenzionato a bombardare i siti nucleare in Iran ed Israele con le complicità dirette dell’omicidio dello scienziato Mohsen Fakhrizadeh Mahabadi, considerato tra i capi del programma nucleare iraniano.
Non c’è mai pace nel vivere quotidiano nel nostro pianeta!
Non bastano il milione e mezzo (cifra destinata drammaticamente a salire) e le decine di milioni di esseri umani infettati dal Covid a porre un freno e rimediare con opportune/doverose/necessarie adeguate scelte politiche, sia in materia ambientale che sanitarie, compatibili con i tempi umani e della natura eliminando tutte quelle concause che stanno alla base della lenta ma costante distruzione del pianeta terra.
Riparliamo della Foresta Amazzonica.
Più volte nei nostri contributi abbiamo trattato dell’asse del male “Trump/Bolsonaro“ delle scelte politiche privatistiche/liberiste messe in atto negli stati da loro comandati che, seppur cannibaliste, sempre in nome dello sviluppo capitalista, stanno attraendo ampi consensi e sostegni anche di fasce popolari.
Come per Trump in America che seppur perdente nelle recenti elezioni a Presidente degli States, mantiene consensi e sostegni anche paramilitari/eversivi molto alti, stessa cosa avviene per Bolsonaro.
Secondo il sondaggio dell'agenzia Datafolha, il presidente Bolsonaro ha un consenso pari al 37%, come al momento della sua elezione, e non è tutto: secondo l'istituto si tratta del valore più alto dall'inizio del suo governo, cominciato nel 2019.
I consensi non sono stati scalfiti neanche dall’emergenza Covid che ha visto il Brasile, nazione seconda agli Stati Uniti per il più alto numero di morti specie tra le fasce più povere.
I consensi al fascista Bolsonaro sono espressi da coloro che non rispettano le linee guide sanitarie e che non rinunciano alle loro abitudini. I consensi per Bolsonaro come per Trump derivano dalle influenze della Chiesa Evangelica e dalle teorie negazioniste/complottiste ecc. che, tra l’altro, anche in Europa attraggono consensi molto alti, attraverso anche i social dove Qanon ecc.. la fanno da padrona.
Vedi il recente ritorno Steve Bannon, nel sostegno a Trump come vittima di complotto causa della sua non rielezione e nella ripresa della campagna della Rete Anti Pechino, così come Anthony Quinn Warner, autore dell’attentato a Nashville la mattina di Natale, che si presume essere seguace e condizionato dalle teorie complottiste e dalle teorie sui 5G.
Mentre Bolsonaro, fascista, razzista, omofobo, fautore e responsabile del genocidio in atto delle tribù indigene amazzoniche, attrae consensi, nella Foresta Amazzonica, tra l’altro già martoriata da enormi e vastissimi incendi dolosi, si stà per consumare un’ulteriore aggressione selvaggia ai danni di quel che rappresenta il polmone della nostra terra.
Sempre a proposito di Capitalismo Green, anche Bolsonaro, “prosegue nei suoi piani "esplorativi" sul grande polmone del mondo e, sempre in nome di "un progresso che porterà sviluppo sostenibile nella regione" approva la nuova arteria "transoceanica".
Una diramazione della BR-364, l'autostrada che per 2.100 miglia collega San Paolo allo stato di Acre, nord ovest, per unire la cittadina di Cruzeiro do Sul con Pucallpa, in Perù. Un nuovo asse che legherà i due paesi attraverso la foresta amazzonica per aprire la strada delle merci verso la costa del paese andino e dai suoi porti raggiungere il ricco mercato asiatico”.
E' la nuova via brasiliana alla Cina. Un modo molto più rapido per aumentare lo scambio commerciale, piuttosto che risalire fino al Canale di Panama o, peggio, doppiare a sud il Capo di Buona Speranza.
E non sorprende che i popoli dell’Amazzonia ecuadoriana guardino con rabbia e disperazione a quest’ultima invasione che mette a rischio la loro sopravvivenza: il coronavirus.
“Prima l’acqua. Poi l’aria. Ora i corpi. Non c’è un luogo fisico o spirituale rimasto illeso dal contatto con il mondo "fuori".
"Siamo stati i primi a registrare un contagio", racconta Justino Piaguaje, presidente della nazione indigena dei Siekopai, una popolazione divisa tra Ecuador e Perù. La comunità ecuadoriana conta 700 persone che vivono principalmente nella provincia di Sucumbìos, nel Nord del paese. "Non avevamo né informazioni né test per capire se alcuni malati avessero il Covid così, per curare alcuni sintomi, abbiamo usato delle piante della foresta. Alla fine siamo riusciti ad avere dei kit per fare i test grazie ai volontari, ma nel frattempo abbiamo perso quattro anziani". La risposta del governo, occupato a gestire un’emergenza senza precedenti ha tardato ad arrivare e si è rivelata inadeguata. Vittima di feroci tagli sia nel 2018 che nel 2019, il sistema sanitario ecuadoriano ha mostrato tutta la sua fragilità e non ha saputo contrastare un tasso di contagio tra i più alti al mondo. "Abbiamo visto – testimonia William Lucitante rappresentate del popolo Cofan (un’etnia di circa 1300 persone divise tra Ecuador e Colombia) - che chi andava in ospedale spesso non tornava e così abbiamo preferito non andarci. Siamo stati abbandonati, isolati, e ora non ci fidiamo delle istituzioni".
L'arteria passerebbe al centro del parco naturale de La Serra, considerato dagli esperti una delle regioni più ricche di biodiversità della foresta pluviale. Al suo interno vivono almeno 130 specie di mammiferi e oltre 400 di uccelli.
Centocinquantuno chilometri di asfalto, 94 miglia. Una striscia nera che entra nella foresta, la taglia in due, abbatte alberi, brucia il verde, rade al suolo piante e cespugli, mette in fuga animali e uomini, smuove montagne di terra, devia i corsi dei fiumi, prosciuga le sorgenti sotterranee, asseta i villaggi.
Uno scenario apocalittico che metterebbe in serio pericolo la sopravvivenza almeno tre intere tribù indigene dell'Amazzonia: Nukini, Jaminawa e Popyanawa.
Secondo Miguel Scarcello, responsabile di SOS Amazônia, gruppo ambientalista di Rio Branco, capitale dello Stato, ricorda che "questo progetto sembra un ritorno alla dittatura militare", quando i bulldozer attraversavano l'Amazzonia con la scusa di popolare e sviluppare la regione. "E' una visione antiquata che non presta alcuna attenzione alla conservazione". Uno dei guai - forse tra i peggiori - sono le conseguenze che si potrebbero avere sui corsi d'acqua. "La strada", "dovrebbe passare a un chilometro dalle nostre terre dove scorre una tra e più importanti fonti idriche del bacino amazzonico. L'Alto Juruá fornisce tutte le acque che sfociano nel Rio Solimões e poi nel Rio Negro, fino a raggiungere il mare".Solo nell’Amazzonia ecuadoriana sono presenti decine di macheros, torri che bruciano il gas naturale estratto assieme al petrolio,oltre al gas flaring, l’ecosistema è minacciato anche dalle infrastrutture obsolete. "Il 7 aprile la rottura di un oleodotto ha provocato la fuoriuscita di circa 15 mila galloni di petrolio che si sono riversati nel fiume Coca: acque necessarie per la sussistenza di alcune comunità indigene in isolamento",
L’estrattivismo, le coltivazioni intensive e la povertà mettono in pericolo la sopravvivenza di queste popolazioni indigene.
Quella tra le popolazioni dell’Amazzonia ecuadoriana e l’industria petrolifera è una battaglia che si protrae da decenni e che dagli anni ’90 si è tradotta in uno dei processi ambientali più importanti e complessi della storia mondiale.
Gli indigeni delle province di Sucumbìos e Orellanna hanno accusato la multinazionale petrolifera statunitense Chevron-Texaco di aver avvelenato le acque dei fiumi e le falde acquifere con continui sversamenti di petrolio e sarebbe quindi responsabile del disastro ecologico noto come "Chernobyl dell’Amazzonia".
"Quando è stato dichiarato lo stato d’emergenza in Ecuador, l’industria petrolifera non si è fermata e, nonostante i casi presenti nella provincia di Sucumbìos, il governo ha fatto finta di niente perché temeva che se la gente l’avesse saputo avrebbe smesso di lavorare". Ma proseguendo l’estrazione, ha continuato anche il flusso di lavoratori che da altre province arrivavano nella foresta, aumentando così la possibilità di portare con sé il virus.
Ma quella del Coronavirus rappresenta una minaccia ancora più radicale perché attacca le fondamenta delle comunità: la memoria. "Le nostre conoscenze non sono scritte – continua Lucitante - sono custodite nella memoria degli anziani. Così quando loro muoiono, perdiamo una parte di quel sapere. In quanto membro del popolo Cofan, temo che questa pandemia possa cancellarci per sempre".
"Ci chiamano paesi del terzo mondo – dice il presidente dei Siekopai Justino Piaguaje - ma siamo noi quelli che pagano le conseguenze delle azioni sconsiderate dei paesi ricchi. Per noi l’Amazzonia è una casa comune, un grande albero che dà la vita. Che dà la conoscenza. È un mistero che protegge la nostra popolazione, ma noi stiamo lottando per salvare l’Amazzonia di tutti, affinché il mondo possa continuare a respirare".
Di fronte all’ennesimo attacco al pianeta, non solo alla foresta amazzonica ma all’umanità vivente ecco le dichiarazioni di Mara Rocha membro del Congresso di centro-destra dello Stato di Acre, "Questo progetto", ha detto "non distruggerà la foresta, porterà uno sviluppo importante, rilancerà le relazioni commerciali e culturali con il nostro vicino. La regione si sentiva dimenticata e invisibile al resto del paese. Lasciarla in questo stato sarebbe una grave forma di egoismo che noi abbiamo sconfitto".
(Acre è uno stato del Brasile, situato nella sezione nordoccidentale del paese. Confina a nord con lo Stato dell'Amazonas, a est con quello di Rondônia, a sud con la Bolivia e a ovest con il Perù. Lo stato, che ha lo 0,42% della popolazione brasiliana, genera lo 0,2% del PIL brasiliano).
Sempre in nome dello sviluppo della modernità vengono consumate le peggiori atrocità e danni all’umanità ed al pianeta.
Alla lingua biforcuta di Mara Rocha gli fa eco dall’Italia una altra lingua biforcuta, un certo Matteo Renzi che in conferenza stampa al Senato sottolinea: "A complottare contro l'Italia è chi dice no alla Tav, non noi", il leader di Italia viva dice "Sull'alta velocità non facciamo sconti a nessuno, così come sul Mes.
E’ proprio il caso di affermare che gli assertori del cannibalismo del capitalismo parlano un unica lingua...quella “biforcuta” (non dal Capitale di Marx ma da Tex Willer).
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