Netanyahu: “In guerra succede”…

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... è la risposta di Netanyahu data agli ipocriti governanti occidentali, mass media compresi, sulla strage dei cooperanti più l’autista palestinese, uccisi da un drone israeliano nei primi giorni di Aprile.

Tale affermazione del nazi/fascista/razzista primo ministro israeliano potrebbe essere considerata cinica, e lo è, ma risponde ad una fredda e lucida interpretazione della strategia militare che l’esercito israeliano sta attuando via terra ed aria sui territori e sulla popolazione palestinese.

La strage dei cooperanti non è un errore dell’esercito israeliano ma segue le linee guide di tattica militare che, non a caso ha causato più di 33 mila morti palestinesi con il pesante e drammatico bilancio la cui percentuale è stimata dell’ 80% (donne, bambini, anziani ecc.) ed ancora il bilancio è provvisorio se si tiene conto del numero di persone ancora non estratte dalle macerie causate dai bombardamenti a tappeto di questi mesi.

Se analizziamo, da un punto di vista strategico militare quel che è successo nei 13 giorni di assedio all’ospedale Al-Shifa e nelle aree circostanti e, per tale motivo riportiamo qualche dato come da alcuni mezzi di informazione:

  • più di 400 persone – pazienti, civili sfollati di guerra e personale sanitario – sono state uccise negli attacchi israeliani;

  • distruzione e bruciate 1.050 case intorno all’ospedale Al-Shifa;

  • detenuti e torturati centinaia di pazienti, sfollati e operatori sanitari dentro e intorno all’ospedale,107 pazienti e 60 operatori sanitari intrappolati nell’ospedale e che vivono in condizioni disumane, senza acqua, medicine, cibo o elettricità, accusando l’esercito israeliano di ostacolare gli sforzi internazionali per evacuarli.

L’orrore, le atrocità e le barbarie dell’esercito israeliano fanno parte e rappresentano una lucida programmazione militare tese al raggiungimento di obiettivi geo politici egemonici per cui all’esercito israeliano tutto è permesso e giustificato.

La guerra è sempre una barbarie, le finalità di sterminio/olocausto del popolo palestinese ne è una chiara testimonianza .

Sono proprio le finalità politiche, con motivazioni anche di carattere etnico religioso, che stanno alla base del perchè di tutta questa smisurata violenza barbarica che l’esercito israeliano sta mettendo in atto in Palestina, Libano e Siria, con la complicità evidente della NATO/USA, in quanto quel che succede interra palestinese, libanese, siriana non si distacca da quel che la NATO/USA sta scatenando in un ottica globale(America Latina, Africa, conflitto russo-ucraino).

Poiché come in politica così anche nella guerra di stampo colonial/imperialista nulla succede a caso, è fondamentale darne una chiave di lettura storica si potrebbe rileggere e riflettere sulla prassi strategico militare che gli USA/NATO misero in atto nel Vietnam .

Parallelismi strategici militari tra il Vietnam e la Palestina

Esiste nella strategia USA/NATO, della quale tra l’altro se ne celebra il 75° anniversario, da un punto di vista strettamente tattico/strategico/militare un parallelismo storico con quel che successe in Vietnam nel quale l’ esercito invasore era quello degli USA come oggi con la Palestina che vede come esercito invasore quello israeliano per il quale gli USA sono pesantemente presenti per invio di armi, soldi, addestrattori e pianificatori militari.

Quel che sta succedendoin questi mesi nei territori palestinesi Libano,Siria è stato tutto pianificato con le alte sfere militari ed intellingens americani e ciò è testimoniato dalla loro costante presenza nei vari summit decisionali del Ministero della Difesa Israeliana comprese le varie trattative tese alla liberazione degli ostaggi e di un “cessare il fuoco” .

Ripartiamo dalla frase di Eli Ben-Dahan Viceministro della Difesa di Israele e responsabile dell’amministrazione israeliana nei Territori Occupati “I palestinesi sono animali, non sono umani, non hanno ragione di vivere” che “giustificano” i cecchini a sparare e bombardare donne e bambini, ospedali scuole ecc. .

La recrudescenza verso la popolazione civile non è la rappresentazione di sporadica o di singoli azioni militari ma è la conseguenza di addestramenti militari dove l’aspetto religioso etnico prevale e finalizza la preparazione militare che comprende anche l’uso indiscriminato di armi nonc onvenzionali, bombardamenti, spari indiscriminati sulle folle e non è da scartare l’ipotesi di bombardamenti su centrali nucleari in Siria e/o Iran.

Oggi i palestinesi sono considerati animali ieri lo erano i vietnamiti considerati subumani.

I maestri delle orribili atrocità atrocità perpetrati nelle varie parti del mondo, da 75 anni, sono sempre loro : NATO/USA .

Per ritornare al Vietnam:

“Sulle innumerevoli atrocità che furono commesse in Vietnam da parte degli Stati Uniti e, affinché ci si renda conto che la guerra con le strategie militari, una cosa è l’aspetto teorico con vari codici morali ecc. altra cosa è quel che avviene nelle realtà ed a tal punto riportiamo alcuni stralci e di riflessioni di Nick Turse autore del saggio “Così era il Vietnam. Spara a tutto ciò che si muove” (Piemme,2015). Partendo dai risultati posti in essere sia dalla Scuola di medicina di Harvard che dall’Istituto di medicina della Università di Washington le vittime complessive durante la guerra del Vietnam furono di tre milioni dei quali due tra la popolazione civile.

Il saggio del giornalista americano non si basa solo sui documenti segreti che vennero prodotti dal Vietnam War Crimes Working Group ma anche su numerose interviste fatte da Turse ai reduci del Vietnam. Naturalmente gran parte degli atti processuali o delle indagini che vennero condotte dall’esercito e dai marines sui crimini di guerra commessi durante la guerra del Vietnam sono scomparsi.

Questo saggio dovrebbe essere letto in parallelo alle inchieste che furono fatte a partire dall’articolo di Norman Poirier dal titolo “Un’atrocità americana” pubblicato su “Esquire”, a partire dal resoconto di Daniel Lang sul Times nell’ottobre del 1969 intitolato “Vittime di guerra “ e infine dalle inchieste sugli avvenimenti di My Lai pubblicati da Seymour Hersch nel 1969.

Inutili furono i tentativi di insabbiamento da parte dei vertici politici e militari americani come dimostra chiaramente l’esito fallimentare della task force – nota come Cowin – voluta dal generale Westmoreland. Ma fu certamente l’Associazione dei reduci di guerra che arrivò a contare circa 10.000 membri all’inizio degli anni ‘70 che ebbe modo di rivelare le atrocità commesse durante la guerra del Vietnam. Quando nel marzo del 1971 sul Times apparve il saggio di Neil Sheehan – un ex reduce dell’esercito che aveva trascorso tre anni come corrispondente di guerra nel sud-est asiatico – con un titolo choc ma significativo: “Dobbiamo celebrare i processi sui crimini di guerra?” e Daniel Ellsberg pubblicò i Pentagon Papers le responsabilità dei vertici politici e militari furono chiare . Come ebbe modo di sottolineare la Commissione internazionale di inchiesta sui crimini statunitense in Indocina che si riunì a Oslo nel 1971: “i crimini commessi in Indocina non sono il risultato di azioni di singoli soldati ufficiali ma sono la conseguenza delle strategie a lungo termine portata avanti dagli Stati Uniti nel sud-est asiatico, e il fardello della responsabilità deve essere addossato principalmente su chi ha deliberato tali decisioni“.

Dimostrare la credibilità di questa tesi è estremamente e drammaticamente agevole. Il figlio del celebre generale Patton – e cioè Patton junior – era conosciuto dalle truppe americane per un macabro souvenir che era solito tenere sulla scrivania e cioè un teschio di un soldato vietnamita che portava con sé addirittura alle feste di addio o al termine dei suoi turni di servizio; alcuni soldati semplici invece tagliavano le teste ai soldati morti per tenerle, venderle o scambiarle con i premi che i comandanti offrivano loro. Tuttavia, molto più numerosi erano quei soldati che tagliavano le orecchie alle loro vittime utilizzandole come trofei donati ai superiori come regali o come prove per confermare il numero dei nemici abbattuti. Esistono tuttavia casi in cui le reclute conservavano le orecchie dei soldati uccisi portandole al collo con dei lacci o esibendoli in qualche altro modo.

Un altro macabro rito era quello praticato da alcuni reparti americani che tagliavano le teste dei cadaveri piazzandoli in cima o a delle aste o a dei pali con lo scopo di terrorizzare i guerriglieri che abitavano nelle zone limitrofe.

Un’altra pratica usata con una certa frequenza era quella di lanciare i cadaveri dagli aerei per determinare un effetto psicologico di terrore.

Quest’innumerevoli atrocità erano anche il risultato dell’addestramento militare che aveva scopi precisi. Partendo dal fatto che gran parte dei soldati che combattevano in Vietnam non avevano più di vent’anni, questi venivano sottoposti a intensi stress psicofisici allo scopo di creare una vera e propria tabula rasa che avrebbe facilitato l’indottrinamento militare. Le

loro giornate duravano circa 17 ore e ogni dettaglio della loro vita era prestabilito. Insomma, l’addestramento militare mirava ad una vera e propria spersonalizzazione con rapporti sociali forzati, giornate sovraccariche di lavoro, disorientamento e successivo riorientamento in base ai codici militari. L’umiliazione psicologica e la sofferenza fisica facevano parte dell’addestramento. Uno degli slogan maggiormente usati durante l’addestramento era quello di uccidere senza pietà. Un’altra tecnica di spersonalizzazione era naturalmente relativa ai nemici che venivano definiti musi gialli, nanerottoli allo scopo di disumanizzarli. A causa di questo addestramento la differenza fra militari e civili era vanificata. Infatti qualunque cosa si muovesse nei villaggi sia che fossero donne che bambini era da considerarsi un nemico. Naturalmente l’addestramento sottolineava l’importanza della obbedienza cieca ai comandanti. Uno degli slogan più terrificanti che veniva utilizzato per sintetizzare la forma mentis dell’addestramento era la seguente: “il soldato più libero è quello che si sottomette volontariamente all’autorità“.

Superfluo sottolineare che i soldati ignoravano la Convenzione di Ginevra del 1949. Di particolare significato, a tale riguardo, è il fatto che gran parte degli allievi ufficiali della School di Fort Benning ,in Georgia, non avevano alcun problema a torturare i prigionieri di guerra pur di ottenere informazioni “.