30 anni di Asilo Politico - Csa Jan Assen

30

 

Nonostante tutto “Noi ci crediamo” Parlare dei 30 anni di storia del Centro Sociale Asilo Politico di Salerno significa porre l’attenzione su una esperienza comunitaria composta da una variegata umanità, il cui collante è dato da tre componenti fondamentali: Politica, Cultura, R-Esistenza. Queste hanno determinato che una struttura edile, scheletrica ed abbandonata, posta ai margini di una città semi metropolitana, diventasse centrale nelle attenzioni della vita politica locale e non solo.

Sarebbe impossibile sintetizzare 30 anni di vissuto collettivo, politico e culturale, tre decenni all'insegna dell'Autonomia e dell'Autogestione, 30 anni di lotte, di incontri e di scontri, 30 anni senza mai un passo indietro!

Il Centro Sociale oggi porta il nome di Jan Assen, nostro compagno e militante storico che ci ha lasciato più di dieci anni fa e nel suo ricordo la nostra lotta continua...

Per non disperdere il patrimonio di idee ed i contributi politici, che hanno caratterizzato questi 30 anni di militanza, come collettivo ci siamo dati l’obiettivo di dotare il Centro Sociale di un Archivio storico multimediale volto a raccogliere le innumerevoli iniziative messe in campo, le autoproduzioni cartacee (volantini, manifesti, giornali) ed i materiali video realizzati in tutti questi anni di attività politica, culturale, musicale e aggregativa sia a livello locale, che regionale, meridionale, nazionale ed internazionale.

Dalla Palestina al Kurdistan, dalla lotta contro il Ponte sullo stretto al Sud Ribelle, dal primo numero di InfoAut alle lotte dei disoccupati, tanto è il materiale accumulato nel corso degli anni e che crediamo sia un bene comune da mettere a disposizione di tutte le compagne ed i compagni ma soprattutto rivolto alle giovani generazioni, perché la memoria è un ingranaggio collettivo che va alimentato costantemente.

Un archivio che vuole essere patrimonio collettivo, aperto alla partecipazione di chiunque voglia contribuire, inviando o mettendo a disposizione materiali e documenti cartacei o video che narrano storie ed avvenimenti che hanno interessato la nostra città e non solo. Un Archivio storico per non dimenticare quello che è stato e per progettare quello che sarà il nostro futuro di lotte, da cui poter anche estrapolare un piccolo “Calendario del Popolo Salernitano” costituito da anniversari e avvenimenti, anche con la narrazione di storie umane e politiche, sia collettive che individuali.

I nostri 30 anni:

Maggio 1993

Perché occupammo e liberammo la struttura fatiscente ed abbandonata di Via Fratelli Magnon?

Il Csa Asilo Politico si pone in continuità storica con il Centro Sociale Barone Rosso di Salerno, sito in via Pio XII ed occupato nel 1978 (il primo centro sociale occupato del Sud) e con l’Associazione Culturale Andrea Proto (ex Circolo Lavoratori del Comune di Salerno) al cui interno venne a costituirsi il ‘Comitato Su La Testa’, il quale faceva propria la necessità storica di una rilettura di una metodologia politica e di un agire libertario avulso da logiche di partito. Ciò per sottolineare quanto la tematica degli spazi sociali e dell’autogestione abbia sempre assunto una rilevanza strategica per la sinistra rivoluzionaria di ieri e la sinistra antagonista di oggi.

Agli inizi degli anni ‘90, dopo che a Napoli ci fu l’Occupazione di Officina 99 nel quartiere Gianturco che diede entusiasmo e stimolo ad una nuova generazione politica campana, anche nella nostra città con il Comitato Su La Testa sentimmo il bisogno di sperimentare nuove forme di lotta e di occupazione. Per cui dopo una serie di dibattiti interni decidemmo di mettere in atto l'occupazione della struttura ubicata in via Fratelli Magnone e di liberarla così dal degrado e dall'incuria. Come simbolo di recupero di una area abbandonata e restituita alla comunità con funzione sociale e come modello aggregativo generazionale.

Proprio il Recupero delle Aree Dismesse caratterizzò la parte iniziale delle attività del nostro Centro Sociale, a partire dall’esperienza dell‘occupazione della “Fabbrica Marzotto” da parte di nuclei di senza tetto. Ragazze madri e giovani coppie occuparono una struttura industriale salernitana, al fine di trasformarla in abitazioni effettuando una vera e propria espropriazione proletaria di un simbolo del capitalismo: La Fabbrica. Questa fabbrica e la Zona industriale rappresentavano lo sfruttamento e lo sperpero di denaro pubblico. La Contessa Marzotto, come molti, in nome della industrializzazione del Sud, si appropriò di fondi pubblici e gratuitamente divenne proprietario di vaste aree demaniali. Enormi incentivi che produssero esclusivamente il risultato di: produrre nuovi disoccupati, inquinare terreni ed aria, trasformare un’area a vocazione agricola in un deserto di cemento. Il nostro intervento a fianco dei senza tetto della ex Marzotto, da molti compagni non compreso, fu molto importante, perché coincise con i primi tentativi di trasformazione neoliberista del territorio da parte della nascente giunta di centrosinistra. Giunta Neoliberista che ripropose in seguito, in quella stessa area, gli stessi cliché degli inizi degli anni ’60, attuando forme di ristrutturazione economica basate su un non ben definito modello economico urbanistico denominato ‘Grandi Opere’ e sulla riconversione di siti industriali (ex Ideal Standard – Etheco ecc.) in attrazioni turistiche e sedi di società finanziarie.

L'impegno del CSA a tutela dell'ambiente contro i progetti di intubazione e cementificazione selvaggia che avrebbero interessato il Torrente Mercatello e il Fiume Irno, si concretizzò in varie mobilitazioni, petizioni e ricorsi al TAR che di fatto impedirono il realizzarsi di tali folli progetti da cui sarebbero potute derivare vere e proprie stragi a causa di possibili piene ed eventuali straripamenti.

Le ‘Grandi Opere’ e la ‘Città Turistica’,saranno le linee guida di un modello economico basato prettamente sulla precarietà dei rapporti di lavoro e sull’assenza di una scientificità di uno sviluppo economico, a discapito del rapporto armonico uomo natura. Miopi furono allora alcuni compagni, miopi furono le associazioni ambientaliste riguardo le proposte provenienti dagli occupanti della Marzotto e dal Movimento Autonomo Disoccupati Organizzati (organizzato in un primo momento dai compagni del c.s.o.a.). In tempi non sospetti essi proposero modelli socio-economici e urbanistici tesi a determinare una città a misura d’uomo e non di merce.

L’era De Luca si accingeva a gestire la ristrutturazione. Molti di coloro che allora condivisero tale operazione economica ed urbanistica, che di fatto determinò una reale trasformazione estetica della nostra città, ora riscontrano, ricredendosi, che ad una bella operazione di facciata non corrisponde il soddisfacimento di bisogni primari, quali un reddito ed un mare pulito. Ora assistono inermi alla privatizzazione del patrimonio e dei servizi pubblici.

Il quartiere degradato, la periferia e le aree industriali, veri cimiteri di cemento armato, rappresentano le scenografie in cui il fenomeno dei Centri Sociali in Italia, dagli inizi degli anni ’90, ha avuto la sua genesi e la sua progressione. La novità politica e culturale dei centri sociali recuperò un patrimonio storico basato sul protagonismo politico che, dopo il crollo del muro di Berlino, il disfacimento dell’Unione Sovietica, la fine del sogno Nicaragua, sembrava ormai dissolto. I Centri Sociali determinarono un ampio contenitore di resistenza politico culturale teso alla riappropriazione di un agire politico basato su principi quali: l’Antifascismo, l’Internazionalismo, la Lotta di Classe, che dall’inizio degli anni ’80 fino ai ’90, le cariatidi di uno pseudo riformismo del P.C.I., causa la loro miopia politica e l’affarismo aziendale caratterizzante la propria ragion d’esistere, davano per sepolto.

A Salerno come in Italia una struttura geograficamente marginale divenne un contenitore di idee e di umanità che rivitalizzò una città piatta mentre l’agire politico della sinistra si consumava all’interno delle sedi di partito. Salerno grazie al centro sociale è rientrata in un circuito nazionale ed è stata aggiornata sulle avanguardie musicali e teatrali nazionali e internazionali.

L’esperienza del Comitato Su La Testa terminò nel dare vita al Centro Sociale a causa del disaccordo di alcuni compagni di fronte al prevalere del senso di dovere di altri verso le c.d. "indicazioni nazionali". Si pose così fine, con enorme rammarico, ad una esperienza di ricomposizione politica dell’antagonismo locale. Rete che nei decenni si è sempre tentato di ricostruire però con sterili risultati.

In 30 anni di attività politica potremmo fare l'elenco degli svariati risultati ottenuti, sia localmente che a livello nazionale, dal Movimento Antagonista: come le vittorie contro i progetti di costruzione del Ponte sullo Stretto, di Inceneritori e Mega Centrali Termoelettriche. Progetti che oggi si ripropongono con più forza di prima mentre quel patrimonio di lotte ed esperienze sembra andare nell'oblio.

Teniamo ancora vivo il ricordo delle grandi mobilitazioni contro la guerra “Giusta” di D’Alemiana concezione, quando fu impedito, per un giorno, ai grandi della terra di bombardare in terra Jugoslava. Così come da trent'anni esiste un filo rosso, quello della solidarietà internazionalista, che lega la nostra città al popolo di Palestina.

La memoria di queste lotte va preservata ed alimentata, costituendo una cassetta degli attrezzi da cui attingere per il futuro anche per evitare gli errori che le hanno attraversate.

Potremmo fare un elenco lunghissimo di ciò che è stato ma alla luce dello stato di salute in cui versa una buona parte dei Centri Sociali in Italia, specie della prima generazione di inizio anni '90, sarebbe più opportuno, secondo noi, aprire una riflessione sul perché nonostante decenni di R/Esistenza un’esperienza storica di enorme portata politica, quale quella dei Centri Sociali, rischia di diventare non solo minoritaria e residuale ma di tradursi in semplice testimonianza. Potremmo autoglorificarci su quello che siamo stati in grado di fare con le nostre forze ma le cose si dimenticano in fretta e le vittorie di ieri potrebbero tradursi nelle sconfitte di domani. Per questo a trent'anni, visto che siamo nel pieno della maturità, ci è d'obbligo aprire una riflessione su quel passo in più che avremmo dovuto fare e che dobbiamo fare, volto a tradurre "l'utopia in progetto" affinché tale progetto politico possa svilupparsi in armonia e non reggersi quasi esclusivamente sulla testardaggine ed il sacrificio di nuclei di compagni che nonostante tutto riescono a mantenere in piedi ed a difendere gli spazi autogestiti.

Fare militanza, alla luce della precarietà esistenziale che accompagna il nostro quotidiano, diventa un'opera di Resistenza continua e titanica che deve scontrarsi innanzitutto con le nostre vite, risucchiate nel vortice di un sistema che tende a disumanizzarci e ad isolarci piuttosto che a cercare riparo nella socialità.

Fare militanza significa scontrasi con le esigenze economiche che pone la gestione di uno spazio, fare i conti con con lo Stato che ti serve sempre il conto ma al quale abbiamo deciso di non chinare mai la testa.

In tutti questi anni con umiltà ed onestà ideologica e culturale, siamo riusciti a trasformare un rudere in un centro sociale, gestendolo in piena autonomia e senza compromessi. Facciamo tutti i giorni i conti con i sacrifici che questo comporta ma come disse una volta Jan ad un compagno giovane che si accingeva a partecipare alla manifestazione del G8 University-Summit a Torino ai tempi del movimento dell'Onda:

"Noi siamo quelli che non si arrendono mai, gli ultimi a lasciare la barricata ed a tenere sempre alta la bandiera rossa".

Memoria Storica e Ricambio Generazionale

Il Murales disegnato sulla facciata centrale all’ingresso del Centro Sociale raffigura Jan Assen e Andrea Proto che tengono per mano Handala.

Un murales per noi carico di simbologia in quanto Jan e Andrea rappresentano politicamente ed umanamente la continuità storica della sinistra resistente salernitana. Andrea militante degli anni ’70, che sin dagli inizi degli anni ’90 ha fatto parte dell’ex Circolo Culturale Dipendenti del Comune di Salerno (1989) che

continuava l’esperienza del Centro Sociale Vincenzo Di Muro (ex Barone Rosso). Jan militante degli anni ‘90 sino al nefasto anno 2012.

Due militanti di generazioni diverse ma accumunati dallo stesso spirito di sacrificio e dalla stessa voglia di combattere le ingiustizie di un sistema che crea solo miseria e sfruttamento. Ad Andrea e Jan, non a caso, sono intitolati i luoghi nei quali hanno vissuto politicamente ed umanamente: gli spazi sociali autogestiti.

Il 2023 rappresenta, per il nostro Collettivo, un traguardo politico non solo per i 30 anni di esistenza del Centro Sociale ma anche per mantenere viva la memoria storica dell’antagonismo di classe di più di mezzo secolo. Antagonismo di classe che in città ha permesso con la lotta l’acquisizione di diritti agli ultimi (dal lavoro alla casa, dalla salute all'ambiente) e la difesa delle agibilità democratiche, garantendo allo stesso tempo un ricambio ed un confronto generazionale nella militanza.

Ecco perché l’importanza di creare un Archivio storico delle lotte che hanno attraversato la nostra città e non solo, al fine di mantenere nel tempo sempre vivi i principi della memoria storica cercando di trasmetterli alle nuove generazioni.

E’ proprio sull'opera di Ricambio Generazionale della militanza politica del Centro Sociale che tante energie e sacrifici si sono profusi in questi anni, alternando fasi di entusiasmo a delusioni. In termini storico-politici il ricambio generazionale non si identifica solo nell' aspetto anagrafico, ma consiste nella condivisione del percorso di un progetto politico, nel darne continuità nel tempo e nello spazio temporale che intercorre tra fasce generazionali. Il ricambio generazionale nell’ambito dell’Antagonismo di classe, oltre alla condivisione e continuità di un progetto politico, è anche la verifica della validità dello stesso che nel tempo trova conferme con analisi e prassi, non avulse e aliene dalla realtà e dalle vicende locali, nazionali ed internazionali. La veridicità di un progetto politico sta nella capacità di sapere interpretare le trasformazioni sociali e comportamentali, di quella che un tempo si chiamava “classe”, che può attraversare fasi sia evolutive che involutive come quella attuale.

Una cosa è certa, 30 anni di storia umana, politica ed esistenziale di Asilo Politico rappresentano per la nostra comunità un importante patrimonio politico e culturale. Le varie generazioni succedutesi nella gestione del Centro Sociale hanno contribuito all'emancipazione di una parte della nostra comunità e grazie al loro percorso, fatto di protagonismo politico e di crescita, hanno dato vita a vari conflitti sociali e vertenze vinte: come l'ottenimento dei permessi di soggiorno per gli immigrati Pakistani e Senegalesi; l'impedimento della costruzione della mega Centrale Termoelettrica di Scavate Case Rosse e dell’Inceneritore, la mancata trasformazione dell’Ospedale Da Procida in albergo come da accordi tra De Luca e Berlusconi. Per non dimenticare poi le lotte per il lavoro attraverso i vari movimenti dei disoccupati organizzati e l’antifascismo militante a difesa delle agibilità politico culturali nelle Scuole ed Università anche quando non era di moda per gli altri. Tante sono state le esperienze che hanno caratterizzato il nostro agire così come costante è stata la nostra lotta contro le istituzioni totali, quali carceri e manicomi, vedi in tal senso l'esperienza del Telefono Viola, legata all'antipsichiatria.

Nonostante incendi, furti, ed azioni squadristiche ai danni della nostra struttura non abbiamo abbassato mai la testa. Sicuramente siamo stati cocciuti ma mai servi di nessuno!

Dopo 30 anni si può chiudere un ciclo per aprirne un altro, valorizzando le cose buone ed accantonando quelle negative, il tutto all’insegna della laicità politica e della consapevolezza della fase storica attuale.

Nonostante tutto “Sempre a testa alta verso il sol dell'avvenir”


Quel filo rosso della solidarietà internazionalista:

Libertà per la Palestina

Libertà per Bilal e tutti i prigionieri

La Palestina ha sempre rappresentato la bussola delle nostre lotte, perchè la lotta del popolo palestinese è la nostra lotta. Abbiamo sempre pensato e continuiamo a pensare che l’autodeterminazione dei nostri territori passa anche dall’autodeterminazione del popolo palestinese, le nostre istanze di libertà si intrecciano con quelle delle nuove generazioni palestinesi, così come la militarizzazione, la violenza e lo stupro dei nostri territori si legano agli interessi imperialisti e capitalisti nel Mediterraneo e in Medio-Oriente delle forze armate Usa e israeliane, essendo il Meridione designato quale base militare a servizio delle forze Nato. Proprio la convergenza degli interessi imperialisti per cui Israele è di fatto intoccabile, così come la questione energetica e militare, ci fanno scoprire nuovi legami che si intrecciano con la materialità delle nostre vite e dei nostri territori meridionali.

Sin dal primo giorno di occupazione del Centro Sociale l'attenzione sulla Palestina non è mai venuta meno: a partire dal lontano '93 quando il Collettivo Zizzania in collaborazione con il collettivo di Officina 99 diede vita all'opuscolo Voci dall'Intifada, passando per i vari coordinamenti nazionali durante la Seconda Intifada di inizio anni duemila, fino all'esperienza del Collettivo Handala che grazie alla testardaggine dei compagni dal 2013 ad oggi ancora va avanti.

La Palestina ha fatto da collante alle diverse generazioni che sono passate per il centro sociale, in maniera quasi naturale. Un ricordo è emblematico di questo fatto: era il dicembre del 2013 e ci accingevamo ad organizzare il concerto con il Conservatorio di Salerno, il cui ricavato sarebbe andato a Gaza per la costruzione dell'asilo Vittorio Arrigoni in collaborazione con l'associazione Ghassan Kanafani. Ebbene mentre eravamo sul centro e mettevamo appunto gli ultimi preparativi, lo sguardo di uno di noi si fissò su uno dei tanti manifesti incollati al muro, che avevamo quasi dimenticato. Era un manifesto tutto consumato, appena leggibile e faceva riferimento a 10 anni prima quando fu presentato il progetto di adozione di un altro asilo in Palestina in collaborazione con la stessa associazione palestinese. Inutile dire che quell'asilo, che portava anche la targa del Comune di Salerno, fu raso al suolo dall'esercito israeliano ma il fatto bello è che quasi in maniera automatica una nuova generazione di militanti raccoglieva l'eredità del passato.

Tanti sono stati i progetti realizzati ed i viaggi di solidarietà che hanno visto militanti del centro recarsi nei territori palestinesi e nei vari campi profughi in Palestina, Libano e Giordania per portare la solidarietà attiva della nostra città.

Una parte importante dei documenti che stiamo scannerizzando per realizzare il progetto dell'Archivio storico è dedicata appunto alla Palestina e alla solidarietà internazionalista. Affinché l'impegno della nostra città per la Palestina faccia da monito anche alle future generazioni.

I Palestinesi ci insegnano l'importanza di difendere la memoria. Ben Gurion, il padre fondatore di Israele, disse: «I vecchi rifugiati moriranno, i giovani dimenticheranno» ma le cose non sono andate secondo i suoi piani. È vero i vecchi sono morti ma le nuove generazioni, che avrebbero dovuto dimenticare, sono ancora lì a combattere l'occupante, disposte a morire ma mai a piegarsi.

Il nostro impegno va avanti e andrà avanti nonostante dobbiamo scontrarci con il muro di silenzio dei media e l'opportunismo di alcuni compagni per cui la Palestina diventa una bandiera da sventolare solo per pulirsi la faccia.

La lotta del popolo palestinese è la nostra lotta così come la lotta dei suoi prigionieri. Il nostro pensiero in questo momento va a Bilal e alle compagne ed i compagni del centro Amal di Betlemme attualmente nelle carceri israeliane. Finché avremo voce grideremo per la loro libertà!

Di seguito l'appello a sostegno del Centro Amal:

#SupportPalestine #SupportAmalCenter

Sono passati quasi 75 anni dal 15 maggio 1948, quando sulla terra palestinese intrisa di sangue e dolore un manipolo di sionisti autoproclamò l’esistenza dello stato di Israele, sancendo così l’occupazione della Palestina e inaugurando il progetto di pulizia etnica che ancora oggi continua.

Gli arabi ricordano quei giorni con il termine “Nakba”, ovvero la tragedia: un dramma ancora attuale, tra checkpoint, apartheid, quotidiane umiliazioni, demolizioni di case, omicidi mirati e repressione: in altre parole, le pratiche dell’occupazione coloniale israeliana.

Nonostante la violenza dell’apparato sionista e la sproporzione di forze in campo il popolo palestinese non abbandona la lotta, soprattutto in quei settori più combattivi e determinati, come i profughi, ultimi diseredati della società oppressa palestinese; è dai campi e dai suoi shebab che si praticano varie forme di resistenza quotidiana, è da lì che continua a sgorgare la prospettiva della liberazione, di un futuro senza occupazione e apartheid.

Nella realtà difficile e “senza speranza” di chi non ha nulla da perdere nasce il rifiuto di accettare compromessi con l’occupante e i suoi seguaci, si sviluppa la combattività, si rinforza l’identità culturale palestinese.

Il centro culturale Amal al Mustakbal ("Speranza nel Futuro") è stato fondato nel 1987 nel campo profughi di Aida (Betlemme, Palestina), prendendo il nome dalla sua fondatrice, uccisa dall'esercito israeliano. Fin da subito, è diventato un punto di riferimento per le persone nel campo, sopratutto bambinx: le attività culturali, tese a diffondere la cultura palestinese, essendo svolte sotto un regime di occupazione militare diventano atti educativi e politici allo stesso tempo, atti di lotta e resistenza.

Inoltre Amal al-Mustaqbal è diventato nel corso degli anni un luogo importante anche per chi da fuori vuole supportare la Palestina: il centro ha infatti creato un ponte di cultura, informazione e solidarietà tra la Palestina e il mondo, attraversato da moltx volontarx e attivisx internazionali per conoscere e sostenere la vita nel campo.

A partire dallo scorso gennaio, quattro attivisti e compagni del centro Amal sono stati arrestati: il primo è stato Belal, rimasto in isolamento in camera di tortura per più di un mese, senza possibilità di vedere nessuno, avvocato compreso, per circa venti giorni; dopo di lui, sono stati arrestati Tawfeq, il fradello Nidal, e Muhamad. Il copione è sempre lo stesso: lungo periodo di isolamento carcerario e processi rinviati senza arrivare a una sentenza. I nostri compagni sono provati fisicamente e psicologicamente e purtroppo questo è proprio l'obiettivo del trattamento che l'occupazione israeliana riserva ax prigionierx palestinesx.

Oggi, sono 4900 i Palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, di cui 160 minori, 30 donne e 1016 in detenzione amministrativa. Durante i primi mesi di quest'anno, una vera e propria strage di uomini, donne e bambinx è avvenuta nei campi profughi palestinesi, accompagnata da rastrellamenti che hanno portato a cifre record di arresti indiscriminati. A questo si aggiunge la volontà di Israele di tagliare i ponti della Palestina con l'esterno, di isolarla mettendo a tacere la solidarietà internazionale e l'informazione non allineata, di silenziare ancor piú le atrocitá che vengono commesse ogni giorno contro la popolazione palestinese.

Per questo riteniamo necessario lanciare la campagna #SupportAmalCenter per rilanciare la questione palestinese a partire dal centro Amal e tenendo alta l’attenzione sui prigionieri. Non solo la Palestina è sotto attacco, ma anche la solidarietà internazionale: non stiamo a guardare!

Hurria - Libertà! Palestina vincerà!

A FIANCO DEL POPOLO PALESTINESE FINO ALLA VITTORIA!

DON'T LEAVE PAL

#SupportAmalCenter

#freeallprisoners

#freethemall

#freebilaljado

#freetwfeeqafana

#freemuhamadabuaker

#freenidalafana

 

Catalogazione