La rivolta dei pastori sardi, l’eterna “Questione Meridionale“ e la pericolosa “Autonomia/Separazione/Secessione dal Sud” delle Regioni del Nord in salsa leghista!

Sardegna

 

“Siamo studenti, operai, braccianti pastori sardi divisi fino ad ieri…“

...così iniziava l’inno di Lotta Continua cantata nei cortei dalle/dai militanti di una delle più forti organizzazioni della Sinistra Rivoluzionaria in Italia presente in Italia, isole comprese. 

Quella dei Pastori sardi non è una protesta bensì una rivolta e, storicamente la terra sarda è stata sempre teatro di lotte e conflitti sociali aspri e con un vasto seguito di massa.

Le lotte ed i conflitti sociali avvenuti nell’Isola della Sardegna hanno sempre tenuto intrinseco un dato storico politico/identitario/esistenziale  legato alla necessità di scrollarsi da dosso il sentirsi colonia esprimendo spesso il bisogno e la necessità di separatismo dall’oppressione rappresentata dallo stato centrale e dai governi ritenuti responsabili dell’impoverimento storico dell’intera comunità sarda, sin dall’Unità d’Italia.

La Sardegna, come l’intero Meridione, è stata interessata dal vasto fenomeno emigratorio sia nel Nord Italia che all’estero riducendo l’economia sarda a dipendere esclusivamente, date le bellezze delle coste e del mare, solo dal turismo d’elite, reo delle aggressioni selvagge del cemento al mare ed all’ambiente, e dalle servitù militari.

Turismo e militarizzazione del territorio (yacht e carri armati), specie in questa fase di enorme crisi economica e sociale, simboleggiano sempre  di più l’aspetto invasivo dello Stato Italiano considerato da sempre corpo estraneo e lontano dai bisogni della comunità sarda.

L’ostentata ricchezza di pochi, specie nel periodo estivo, e servitù militare rendono palpabile e palese la Sardegna l’aspetto di colonia che determina danni sia in termini economici che distruzione ambientale rappresentata dall’aggressione del cemento sul mare ed inquinamenti chimici derivanti dai poligoni di tiro e dalle vaste aree militari dove avvengono esercitazioni dell’esercito non solo italiano ma anche di altre nazioni, vista anche la presenza di basi U.S.A./NATO.

E’ proprio la presenza oppressiva militare che nella Sardegna perdura da tempo che scatena il desiderio e la necessità non solo di liberarsi dall’occupazione militare NATO ma anche il rifiuto di considerare la terra sarda come laboratorio di sperimentazione di varie tipologie di armi, anche chimiche, ed area geopolitica atta alla sperimentazione guerrafondaia e di strategie militari sia in ambito NATO e, la testimonianza di quanto precedentemente enunciato è data dai chilometri di filo spinato che delimitano vaste arre considerate “off limits”

Da oltre sessant’anni il 60% delle basi militari è presente in Sardegna:

  • Oltre 35.000 ettari di terra sotto vincolo militare, uno specchio di mare di oltre 20.000 chilometri quadrati, una superficie quasi pari all’estensione dell’intera Sardegna.
  • poligoni missilistici (Perdasdefogu), poligoni per esercitazioni a fuoco (Capo Teulada), poligoni per esercitazioni aeree (Capo Frasca), aeroporti militari (Decimomannu), depositi di carburanti (nel cuore di Cagliari) alimentati da una condotta che attraversa la città, oltre a numerose caserme e sedi di comandi militari (di Esercito, Aeronautica e Marina)

Agli allarmi per la presenza di Uranio Impoverito sia in mare che nella terra ferma consequenziali alle varie esercitazioni militari e dei materiali utilizzati o meglio dire sparati si deve aggiungere il pericolo di nocumento alla salute pubblica rappresentato dalle decine di Radar (32),tra l’altro potenziati e disseminati nel vasto territorio del Lanusei che da accertamenti scientifici, hanno effetti devastanti sulla salute dei cittadini ed è scandaloso che non si sia mai accennato alle bonifiche delle aree interessate dalle esercitazioni militari.  

A rendere più chiaro e completo il quadro della militarizzazione del territorio sardo è anche la presenza della fabbrica tedesca la RWM detta anche la “la fabbrica della morte”  collocata nel Sulcis, che fabbrica le bombe RWM  ordinate da diversi stati occidentali e imperialisti e, soprattutto in questa fase, dall’Arabia Saudita, primo aggressore militare dello Yemen, dove nel terribile silenzio complice dell’intero occidente si assiste ad un massacro di enormi proporzioni specie tra civili inermi.

Cosa rimane alla Sardegna ed al popolo sardo?

Dopo  il crollo delle industrie di Portovesme, la chiusura della varie fabbriche legate all’acciaio ed alla chiusura delle miniere e le zone interne della Sardegna spopolate e desertificate, l’unica forma resistenziale autoctona ed identitaria era ed è rappresentata  dai pastori con un’economia legata alla pastorizia ed alla produzione casearia.

Per i tantissimi motivi sopra citati l’esasperazione dei pastori evidenziata nel versare o meglio gettare il latte per le strade e dai viadotti è un gesto estremo così come sono state estreme le lotte dei minatori nelle profondità delle miniere.

Il sostegno e la solidarietà popolare dimostrata ai pastori dall’intera comunità Sarda esprime la necessità di riscatto di una intera comunità martoriata che deve porre a noi tutte/i adeguate riflessioni non solo politiche ma anche di carattere ambientale e culturali.

Il latte versato dai pastori non solo pone alla pubblica attenzione la necessita di determinare reti di solidarietà e di sostegno specie se legate a forme di autogestione e/o legate alla qualità della vita ed cibo come nel caso dei pastori per la difesa della qualità del latte e dei prodotti caseari.

La necessità di una rete solidale alternativa non solo anche per uscire dai ricatti dei padroni delle grandi Industrie di distribuzione dei Centri Commerciali come nel caso dei pastori sardi ma anche per combattere il caporalato e le neo-schiavitù nelle campagne calabre, pugliesi, casertane al fine di garantire paghe e diritti sindacali, garantendo al contempo una qualità della vita per chi lavora la terra e la qualità del cibo prodotta.

La rivolta dei pastori sardi esprime la contraddizione di un’area geopolitica desertificata, impoverita quale la Sardegna specie dell’entroterra simile ad altre aree interne del Meridione come la Sicilia, la Calabria, la Puglia, il Cilento, la Basilicata ed altre aree degradate del Sud  e che pongono sempre di più alla ribalta la drammatica questione Meridionale.

Meridione che spesso si ribella dal Movimento contro la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina alla drammatica vicenda dell’ILVA di Taranto e sarebbe il caso, specie in questa fase politica molto delicata ritentare percorsi, metodi ed agire politici specie in vista di un altro elemento politico molto pericoloso e delicato rappresentato dall’Autonomia delle Regioni del Nord in salsa Leghista che andrebbe a peggiorare le già storiche drammaticità in cui versa l’intero Sud, isole comprese.

Possiamo intuirne il peso e gli scenari che si potrebbero prospettare ma della consistenza reale delle Autonomie delle Regione del Nord qualche aspetto in più lo sapremmo dopo l’esito delle elezioni europee.

E’ ormai certo che noi compagne/i non potremmo esimerci dal riflettere, dibattere sulle tre tipologie di questioni:

  • Difendere la forma stato
  • La secessione del Meridione
  • Valorizzazione delle Comunità Autonome
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