Ponte sullo Stretto di Messina, Ponte tra la Sicilia e la Tunisia, “cchiù pilu pì tutti"...da Cetto La Qualunque, Primo Ministro Conte al Generale Pappalardo

comici

Non è una novità, ma rieccoci, questa volta ad opera di Conte con la riproposizione, per l’ennesima volta, della costruzione del Ponte Sullo Stretto, presentato alla Nazione italiota come la panacea di tutti i nostri mali e vanto dell’Identità Nazional/Italiota.

L’assurdo nonché pericolosissimo progetto di costruire il Ponte sullo Stretto è sempre stato oggetto anche di scherno e di satire politiche e, visto che viviamo in una fase storica in cui la fiction supera la realtà anche in politica, non guasta, tra il serio ed il faceto, ricordare la scena finale del film “Qualunquemente" con Antonio Albanese che raffigurava l’uomo politico Cetto la Qualunque che accenna al Ponte sullo Stretto durante un comizio tenuto sulla costa calabrese, mentre la telecamera inquadra al di là dello stretto, il Pilone Torre Faro e Ganzirri nel comune di Messina in cui Cetto accenna la famosa battuta << Noi costruiremo un Paese Nuovo, dove è possibile avere due mogli, anche non pagare le tasse: un paese di pilu e cemento armato! E se il ponte non basta, faremo anche il tunnel, perché un buco mette sempre allegria: qualunquemente! .

..ed a “Cetto La Qualunque”, perche no, aggiungiamo anche il generale Pappalardo con: "Facciamo un ponte tra Sicilia e Tunisia"

Se alla performance cinematografica si levassero le battute sessiste, i contenuti e le espressioni di  “Cetto La Qualunque” non si discostano dalle esternazioni e dichiarazioni politiche che in questi decenni, in particolar modo in questi 20 anni, sono state sino ad ora pronunciate sulla costruzione del Ponte. 

Un breve escursus sui Governi estimatori del Ponte sullo Stretto di Messina:

  • Anno  2000  Governo D’alema (con lo sceriffo Bianco Ministro dell’Interno);

  • i vari Governi di Berlusconi 1994/2001/2005/2008;

  • il governo di Renzi, 2020;

  • il Governo Conte che valuterà “senza pregiudizi di carattere ideologici“ la fattibilità il progetto di costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.

Alle esternazioni di Conte, immancabilmente è seguito il sostegno dello sciocco Matteo Renzi del Ministro Franceschini, di Salvini, Governatore della Regione Sicilia Musumeci sino ad un consigliere comunale di Messina  <<affinché si avvii il dibattito ed una serie di iniziative in Consiglio Comunale >> ecc...

 

In sintesi, riecco, come volevasi dimostrare, l’inizio del circo mediatico, con la  rimessa in scena del “miracolo ed il sogno italiota” rappresentato dalla costruzione  del Ponte sullo Stretto di Messina.

Per risollevare la disastrosa situazione economica finanziaria in cui versa il nostro paese, alle varie ricette e risoluzioni che dovrebbero accompagnare le varie fasi post Covid-19, anche in vista delle prossime scadenze elettorali, mancava solo la riesumazione del Ponte.

 ponte

Quale proscenio e quale occasione migliore, sempre in nome dello Sviluppo e della ripresa economica, se non gli Stati Generali, per rilanciare il programma politico italico delle Grandi Opere in Italia?

In questo clima di pseudo ripresa continuano i messaggi governativi non casuali  ”non tanto subliminali“, destinati, come sempre alle lobbyes della cementificazione che sulla distruzione del territorio basano ingenti profitti, alla faccia di tutte le inchieste sulle conclamate infiltrazioni mafiose nei vari cantieri nelle Medie e Grandi Opere disseminate in Italia, in primis il TAV ed in barba ai controlli sugli appalti e sub appalti.

Parlare del Ponte sullo Stretto automaticamente ci riporta a quel grande movimento venutosi a formare 20 anni fa grazie alle Reti Antagoniste, in primis quelle meridionali, ed ai vari Comitati e Comunità impegnate sulla difesa dell’ambiente e della Salute sparsi in lungo e largo nel nostro paese.

Fu la capacita di quelle Reti Antagoniste (Centri Sociali, Comitati e Comunità) che impedirono di fatto la cantierizzazione della mega opera considerata la madre di tutte le grandi opere.

La Rete No Ponte, nella sua complessità e l’ampio movimento di massa che riusci a determinare, rappresentò anche il riscatto del Meridione riproponendo la centralità della Questione Meridionale nei vari ambiti della politica sia su scala nazionale che internazionale .

La memoria di quel movimento di così ampia portata ci riporta al 1°Campeggio internazionale contro il Ponte sullo Stretto tenutosi a Cannitello e Punta faro tra la fine di Luglio ed inizi dell’Agosto 2003 nel quale il filo conduttore era “Fermiamo lo Sviluppo del Capitale” in quanto incompatibile con l’ambiente.

Critica radicale allo Sviluppo, tema, tra l’altro riproposto a distanza di quasi 20 anni dal Movimento Stop Biocidio, e drammaticamente attuale venuto alla ribalta nella  Pandemia da Covid-19 che rappresenta la sintesi dei danni arrecati dallo Sviluppo selvaggio del Capitalismo alla salute, all’ambiente al clima dell’intero pianeta.

Per quanto sopra enunciato ci sembra opportuno riportare il punto 2 del Documento  finale del Campeggio Agosto 2003 incentrato sulla Questione Meridionale:

 

Perché la centralità della questione Meridionale ?

2-Il mezzogiorno: una prospettiva critica

Il Meridione è un’area geografica dove la precarietà storica si aggiunge al continuo peggioramento delle condizioni di vita in cui disagio e degrado sociale esprimono una continua negazione del diritto di cittadinanza per i ¾ della popolazione.

Il fenomeno migratorio interessa un esercito di manodopera non solo giovanile, ma anche di espulsi dai processi produttivi industriali e agricoli, provocando fenomeni di abbandono e desertificazione delle terre.

Il fenomeno migratorio implica anche un’emorragia di intelligenze, esperienze e saperi, che si spostano dal Sud al Nord per andare incontro a lavori e professioni sempre più precari, flessibili e sottopagati. La ripresa della migrazione interna nel nostro paese va compresa nel quadro dei flussi migratori per motivi economici che interessano sempre di più le nostre coste, terre di approdo alla fortezza Europa, con un carico crescente di morti per annegamento.

Inoltre cresce l’iniquità della distribuzione della ricchezza sociale, con l’aumento del costo della vita, a fronte del decremento del potere d’acquisto che la forte diminuzione del peso contrattuale delle associazioni sindacali e il passaggio all’EURO hanno determinato, e tendono a scomparire quei lavori artigianali che nel Sud rappresentavano una salvaguardia delle risorse e una corretta gestione di esse (legno, ferro, carta, etc.). Artigianato, agricoltura e patrimonio naturalistico potrebbero rappresentare per il Sud una fonte inesauribile di ricchezza per le comunità. Invece cozzano contro i processi di industrializzazione che, con le aree industriali e con le varie forme di trasformazione legate alla fabbrica, hanno ridotto dalla fine degli anni ‘60 vaste aree, un tempo legate all’agricoltura, in un cimitero di cemento armato.

Infatti, il mito della fabbrica e l’urbanizzazione selvaggia in nome dello “sviluppo” del Mezzogiorno hanno caratterizzato e condizionano tuttora la disarmonia del rapporto individuo-natura, disarmonia che spesso si esprime in una selvaggia aggressione al nostro ecosistema.

Vengono così tradite e disperse le tradizioni e le conoscenze legate alla cura del nostro patrimonio naturale, come le filiere dei boschi e degli orti, le produzioni legate al baco da seta e alla ginestra e la trasformazione e conservazione in modo naturale dei prodotti della terra. Inoltre, il nostro ecosistema viene messo sempre più in pericolo dai cambiamenti climatici dovuti all’emissione di gas-serra e dall’inquinamento dovuto ai conflitti bellici (queste analisi sono state addirittura ribadite anche dalla Lega, anno 2010, in merito alle proposte del PD, IDV ecc.sui finanziamenti pubblici finalizzati alla reindustrializzazione nel Mezzogiorno ed al sostegno pubblico, in occasione della chiusura di Termini Imerese e delle varie fabbriche che man mano chiudo o sono in crisi).

Molto spesso le calamità “naturali” (Valtellina, Sarno, Soverato), questo sino al 2003,   ad oggi anno 2010 si sono aggiunti i dissesti del messinese del beneventano, nel cosentino nel salernitano e sono centinaia di casi ed allarmi della protezione civile e di corrispettive aree geografiche meridionali dove sono preannunciate dissesti idrogeologici che vengono trascurati e spesso nascosti in nome del profitto, del progresso, e dello “sviluppo”. La politica delle grandi opere continua ad essere, nonostante le avvisaglie del disastro ecologico, scelta primaria dei vari governi, sia locali che nazionali, sia di centrosinistra che di destra. Un esempio sono i lavori ancora in corso della Salerno-Reggio Calabria, che taglia come un coltello alcune regioni, mettendo a repentaglio il patrimonio boschivo, le pianure e i corsi d’acqua, i quali vengono cementificati e deviati. I lavori della “terza corsia” della SA-RC da Nocera inferiore fino a RC indeboliscono un ecosistema già messo a dura prova, tra l’altro in aree ad alto rischio sismico.

Rischi sismici, scempi edilizi, inquinamento contribuiscono a mettere a serio rischio una delle risorse più importanti: l’acqua. Il Sud è ricco di risorse idriche, nonostante ciò, più del 50% dell’acqua potabile si disperde a causa della fatiscenza delle reti idriche. A questo si somma la gestione mafiosa delle risorse idriche che colpisce vaste aree del Mezzogiorno. Inoltre, il processo di privatizzazione in atto sottrae alle comunità il diritto di accesso a questo bene pubblico.

Anche la politica degli inceneritori e la privatizzazione dei servizi pubblici di raccolta dei rifiuti incidono negativamente sull’ecosistema, sia per quanto riguarda l’inquinamento dell’aria che quello di intere zone agricole. La FIAT, che licenzia ogni anno migliaia di lavoratori (Termini Imerese, Melfi, Torino, Pomogliano D’arco) gestisce, anche attraverso società consorziate, il ciclo dell’incenerimento dei rifiuti, mentre le organizzazioni mafiose importano scorie nucleari dal resto dell’Europa per seppellirle nei nostri mari, fiumi, boschi e terreni agricoli. Infatti la mafia, nonostante il vari commissariamenti in materia di rifiuti, riesce a controllare il territorio, dal seppellimento di 35 mila tonnellate di rifiuti tossici nella Piana di Sibari, provenienti dalla Pertusola di Crotone, la camorra nel Casertano nell’entroterra Napoletano e Salernitano,  al traffico di amianto.

La mafia è interna alle istituzioni, e attraverso di esse controlla sindaci e consigli comunali, regionali e provinciali, magistrati, forze dell’ordine.

Questi sono esempi di politica neoliberista attraverso cui lo stato (e l’Europa) cede ai privati la gestione di beni e servizi pubblici, questi sono i contesti geopolitici che fanno parte ormai della nostra quotidianità.

Tutto questo in nome del progresso, della velocità e dello sviluppo di un Meridione la cui diversità viene sistematicamente letta in termini di mancanza di sviluppo piuttosto che in termini di ricchezza culturale, sociale e di patrimonio ambientale.

Sviluppo e progresso che comportano inoltre una politica di militarizzazione e di conflitto permanente. La Sardegna, la Puglia, la Campania, rientranti storicamente nelle strategie militari statunitensi, sono diventate vere e proprie portaerei e, al di là degli insediamenti militari di terra, i nostri cieli e i nostri mari sono ormai diventati crocevia di mezzi di trasporto di ordigni atomici che, in modo mafioso e omertoso, vengono costantemente autorizzati.

La militarizzazione del territorio è pienamente organica al Mercato Energetico e si aggiunge al ruolo di pattumiera, sia di scorie radioattive che di rifiuti e liquami tossici delle fabbriche del Nord dell’Europa, i quali trovano deposito nell’interno delle regioni del Sud, ingrassando ulteriormente i profitti di politici e di varie cosche mafiose.

A questo scempio complessivo, a discapito della nostra salute e di quella dei nostri figli e delle generazioni future, consegue lo sperpero di denaro pubblico, che potrebbe essere invece impiegato per garantire tutela dei territori, occupazione reale e forme di reddito sociale come misura di contrasto alla precarietà e alla disoccupazione.

Questo tipo di sviluppo prevede anche che il diritto allo studio e la qualità stessa del percorso di studi, o meglio della formazione pubblica, vengano progressivamente smantellati. Un processo che indebolisce ulteriormente la possibilità di accesso all’istruzione per le popolazioni meridionali, sia in termini di costi che di servizi.

Le piccole e grandi università del Meridione hanno promosso, dal dopoguerra in poi, l’evoluzione e i percorsi di liberazione di uomini e donne del Sud. Hanno promosso inoltre lo sviluppo della capacità critica, sono state freno alla migrazione delle intelligenze, permettendo a queste di realizzarsi nei territori di origine. Purtroppo, con le scelte dei governi e con le ultime finanziarie, tutto il sistema formativo subisce colpi durissimi.

Si assiste così alla trasformazione del sistema scolastico e di quello universitario in un nuovo modello “aziendale” che produce precarizzazione e frammentazione dei saperi, e che per funzionare, genera una massa di precari ultra flessibili, con diritti rosicati, del cui lavoro si arricchisce: ricercatori, dottorandi, contrattisti di ogni genere, borsisti, insegnanti, mentre gli studenti sono considerati solo utenti paganti. Questa progressiva mercificazione e privatizzazione del sapere crea un esercito di “operai immateriali” non solo al Sud, ma che a Sud riscatena il fenomeno migratorio delle intelligenze verso il Nord e ancor di più all’estero. (ancora non c’era la Gelmini)

Continua così lo sradicamento e l’impoverimento: vecchio fenomeno, ma con nuove e diverse motivazioni. Il bisogno di trovare risorse costringe le università a rivolgersi ai privati, piegandosi alle esigenze del mercato neoliberista. Vengono così influenzati i percorsi formativi e la progettualità, spesso lontani e in contrasto con la vocazione dei nostri territori.

In nome dello sviluppo, passano sulle nostre teste e sulla nostra pelle innumerevoli opere dannose e inutili: il ponte sullo Stretto, l’alta velocità e le centrali a gas – riproposte con bombardamenti mediatici a fronte dello spauracchio dei “black out”.,per legittimare la ripresa  della politica del Nucleare. 

Dal 2003 ad oggi, la Questione Meridionale, rimane ancora oggi quel fattore disarticolante del trasversalismo della bicamerale dei progetti e programmi neoliberisti nel territorio Nazionale, e ciò che in tempi non sospetti noi analizzammo e prevedemmo ora è stato metabolizzato dalle  politiche Finanziarie  della Confindustria e dell’intero arco politico Parlamentare.

Per parlare dei danni e disastri che potrebbe causare la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, ma l’esempio vale per tutte le tipologie delle Grandi Opere come il TAV, riportiamo/ripartiamo da alcuni dati della campagna di controinformazione della Rete No Ponte del 2003.

<<È un ecomostro che serve essenzialmente a>>:

  • mantenere in vita la Società Stretto di Messina, carrozzone tecnico-politico che è già costato agli italiani più di 200 mld di vecchie lire per produrre solo un discutibile progetto di massima dell’opera, oltretutto incompleto;

  • finanziare il progetto esecutivo: altri 750 milioni di euro che dovremo sborsare per sostenere la più grossa speculazione progettuale della storia del nostro Paese;

  • “posare la prima pietra”: aprire i cantieri, nonostante tutti i problemi di fattibilità dell’opera non risolti, come grande operazione mediatica di questo governo e come risposta alle pressioni mafiose, con la possibilità molto reale che i lavori non proseguano e che il ponte non venga mai realizzato, per tutti i problemi tecnici che comporta e, soprattutto, per la mancanza evidente dei fondi necessari. Ricordiamo, a questo proposito, che il Ponte dovrebbe costare, secondo i proponenti, 6 mld di euro, ma, più realisticamente, il costo prevedibile è di 10 mld di euro;

  • sperimentare le procedure della Legge Obiettivo, vera “opera strategica” del governo Berlusconi, che permetterà di aprire cantieri su tutto il territorio nazionale con procedure accelerate, approssimative, senza più garanzie, non solo sugli impatti e le compatibilità delle opere, ma anche sugli appalti e, cosa ancor più grave, senza il parere degli Enti locali e, dunque, dei cittadini;

  • rinforzare in Europa la politica delle Grandi Opere. Il semestre di Presidenza italiana della UE ha riaperto la porta a questa vecchia politica neoliberista e il ponte è stato inserito tra le priorità per la “velocizzazione” degli assi trasportistici europei (Asse Berlino-Palermo).

  • Quale sarebbe l’impatto del ponte sullo Stretto?

  • Diversi studi scientifici ci indicano quali sarebbero gli effetti negativi della costruzione di questo mega-ponte sia a livello ecologico che umano:

  • 20 milioni di metri cubi di terra verranno sbancati, con effetti devastanti sui microclimi;

  • verranno predisposte due enormi discariche (una in Sicilia e una in Calabria) per un totale di 10 milioni di metri cubi;

  • verranno “lavati” a mare ulteriori 10 milioni di metri cubi, con effetti devastanti sulle specie marine che non si possono allontanare, come i coralli;

  • cementificazione dell’area dello Stretto – candidato dall’Unesco a “patrimonio storico dell’umanità”;

  • impatto su venti e sulle correnti con conseguenze negative nella biologia marina;

  • magnificazione del rischio sismico in un’area considerata tra quelle più interessate; rafforzamento del potere mafioso e del sistema clientelare che lo sostiene in tutti i suoi risvolti economici e di controllo sociale – a cui vanno aggiunti i costi umani nella costruzione del ponte, di cui la mafia sarebbe unica vera appaltatrice;

  • distruzione di intere comunità basate su pesca e turismo (da cui il no dei sindaci);

  • cancellazione di elementi paesaggistici e culturali legati allo Stretto;

  • depotenziamento del trasporto su acqua e del porto di Gioia Tauro;

  • aumento dell’inquinamento da strada, che si moltiplicherebbe trasformando la Calabria in un grande corridoio per il passaggio dei camion, con tutti i problemi di salute pubblica correlati.

Ecco perché, specie in questo nuovo quadro politico è opportuno che non si cancellasse dal cuore e dalla mente l’esperienza della Rete Meridionale, determinatasi tra gli anni  2000/2001.

Per la memoria storica, la Rete non a caso nacque dal crescente bisogno di riappropriarsi del senso di affinità/appartenenza e dalla necessità di individuare metodo e progettualità politica, mettendo in rete decine di realtà individuali e collettive sparse nel Meridione.

Partire dai bisogni/necessità di un territorio (quello meridionale) molto eterogeneo ma, ben conscio di un aggressione a mò colonialista (le grandi opere l’Autostrada a tre corsie Sa/R. C., il Ponte sullo Stretto di Messina, le problematiche energetiche, le precarietà  sociali , il ritorno del fenomeno migratorio verso il Nord Italia/Estero  come reazione al sempre più crescente esercito di disoccupati, la militarizzazione del territorio necessarie alle grandi opere congiuntamente al degrado ed allo scempio ambientale eccc…).

I punti 2 e 3 del Documento, assimilati e messi in pratica nei rispettivi territori di intervento politico (sino al 27 Dicembre 2007) dalle Realtà Antagoniste sono stati i punti cardini), contribuirono a determinare conflitti sociali ma anche principalmente la riproposizione di una opposizione socio politico culturale che a 360° sulle varie  problematiche, dai precari, immigrati alle tematiche ambientali nelle rispettive vertenze non

 solo si erano ottenuti risultati importanti ma si era creato un entusiasmo politico che si riconosceva anche come capacità di mobilitazione e partecipazione nelle decine di appuntamenti nazionali, anche sulle tematiche internazionaliste, per le difese delle libertà delle agibilità politiche contro ogni forma di repressione.

 

Ma…tutto si è sciolto come neve al sole… e questa la solita annosa storia sulla quale prima ci si interroga e meglio sarà per tutte/i!

 

 

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