Carceri,Salerno,suicida 45enne-Salgono a 171 i morti nel 2009

I familiari: si apra indagine.Giallo al carcere di Salerno. Tragica fine di un pregiudicato, aveva dato appuntamento alla figlia per Natale. Marco Toriello soffocato da una cinta che non si trova. Quindici giorni fa tentò di togliersi la vita.

Si sarebbe suicidato in carcere (venerdì 18) impiccandosi con una cinta, che ora non si trova, pochi giorni prima di tornare a casa agli arresti domiciliari. E la famiglia chiede chiarimenti su una morte che ritiene sospetta. Soltanto il giorno prima, Marco Toriello, 45 anni, di Eboli, aveva avuto un colloquio con la figlia poco più che diciottenne e le aveva chiesto di portargli capretto e patate per la vigilia di Natale, quindi dei soldi in contanti «per fare la spesa e festeggiare con gli amici anche il mio ritorno a casa». «Mi raccomando – aveva detto alla figlia – mercoledì arriva puntuale, ci facciamo una lunga chiacchiera e gli auguri».Insomma, un comportamento tranquillo che ha spinto la sorella di Toriello, Alfonsina, a presentare al magistrato Marinella Guglielmotti una richiesta di autopsia. La sua famiglia non crede al suicidio. E non ci crede neanche il legale, l’avvocato Nicola Naponiello, che da anni lo assisteva. La famiglia chiede soprattutto di chiarire alcuni punti oscuri dell’intera vicenda. Innanzitutto i segni sul corpo. Segni che, a detta di un perito di parte (il medico legale Panfilo Maiurano), sarebbero incompatibili con una morte persoffocamento.

Quindi i segni lasciati sul suo corpo dalla cinta (il mistero di quella cinta presente nella sua cella torna più volte nella vicenda, soprattutto dal momento che appena 15 giorni prima aveva tentato un altro gesto estremo poi fallito) sarebbero asimmetrici: più larghi avanti e più stretti indietro. E non solo: i segni della cinta non sarebbero all’altezza del mento ma nella parte bassa del collo. Piedi e mani sarebbero dunque bianchi (altro particolare strano viste le cause del decesso) mentre su tutta la schiena e anche su parte del torace ci sarebbe un’enorme ematoma. Marco Toriello, inoltre, soffriva di uno stato avanzato di cirrosi epatica e, nonostante ciò, sarebbe stato sottoposto (secondo la denuncia presentata dalla famiglia) a un cura con antidepressivi. A suscitare perplessità sarebbe stata anche la cronologia degli eventi che avrebbero preceduto la sua morte. Alle 19.30 Toriello avrebbe chiesto una coperta a un secondino. Alle 19.50 avrebbe parlato e scherzato con lo stesso secondino sulle condizioni meteorologiche, sull’abbassamento delle temperature.

Alle 20.05 sarebbe stato trovato morto. Secondo la ricostruzione fatta dalla polizia penitenziaria sarebbe salito sul ciglio del letto, avrebbe posizionato la cintura vicino alle sbarre e si sarebbe fatto scivolare fino a soffocarsi. Il tutto pochi minuti dopo essere stato visto vivo dal secondino. Pochi, secondo la famiglia, viste le sue precarie condizioni di salute. Alle 00.30 la famiglia viene avvisata dai carabinieri. Le autorità penitenziarie danno appuntamento alla famiglia per le 8 del mattino a Fuorni. In realtà il cadavere era stato trasportato alle 23.40 all’obitorio del cimitero di Brignano, in custodia giudiziaria. Dove tuttora si trova la salma. «Siamo rimasti tutti sconvolti per quanto accaduto – commenta il direttore del penitenziario di Fuorni, Alfredo Stendardo – era un uomo mite e di compagnia. Aveva superato con successo i colloqui psichiatrici. Non ce lo aspettavamo… Mezzora prima aveva chiesto una coperta…». Sulla presenza della cinta in cella, il direttore taglia corto: «Gli psichiatri avevano detto che stava bene, perché non doveva avere una cinta?» Mercoledì la sorella di Marco Toriello, Alfonsina, alle 10 si presenta al carcere di Fuorni per un colloquio. Ma riesce vedere il fratello soltanto alle 13 e per soli dieci minuti.

Le viene detto che Marco è a colloquio con un magistrato. Cosa che le viene confermata anche dall’uomo. «Mi ha chiesto di collaborare», le dice. Poi, dopo dieci minuti, va via: «Devo andare dal medico». «Non capisco il mio assistito di cosa dovesse parlare con il magistrato – commenta il legale della famiglia Toriello, Nicola Naponiello – e soprattutto in mia assenza. Non capisco per cosa dovesse collaborare, abbiamo chiesto di sapere chi sia questo magistrato». Su questo colloquio che ha insospettito la famiglia il direttore del carcere, Alfredo Stendardo, taglia corto: «Non posso rispondere a questo». «Voglio vedere la cinta, il pm spero l’abbia vista: mio fratello non aveva cinte in cella. Ero io a portargli gli abiti: cinte e lacci non li facevano entrare. Gli avevano addirittura tolto le lenzuola dopo il primo tentativo di suicido, per poi ridargliele. Un tentativo per attirare l’attenzione, ce lo aveva confidato. Non si sarebbe mai tolto la vita. Era imbottito di medicinali antidepressivi e non riceveva le cure che gli spettavano per la malattia che aveva». Alfonsina Toriello è distrutta dal dolore ma molto lucida.

«Avevo portato il risultato di alcuni esami che Marco aveva fatto: aveva i marker tumorali elevati, aveva bisogno di fare degli approfondimenti. Sono stati fatti? Chi sono gli psichiatri che lo curavano? Si può imbottire di medicine pesanti un malato di cirrosi epatica? Stamattina (ieri, per chi legge) ci hanno fatto aspettare fuori al carcere quando il suo corpo era già al cimitero. Abbiamo dovuto aspettare che i dirigenti facessero le ”loro cose” prima di poter parlare con loro. Non è normale. Era così contento di tornare a casa…

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L’esame esterno ha confermato la natura del decesso: Marco Toriello, il 43enne di Eboli trovato cadavere dietro le sbarre, si è tolto la vita venerdì sera impiccandosi nella sua cella all’interno della casa circondariale di Salerno Fuorni.
Il magistrato, dottoressa Guglielmotti, dovrà decidere se aprire un fascicolo sulla morte dell’uomo disponendo l'esame autoptico così come è stato richiesto dai familiari della vittima che hanno denunciato una serie di perplessità circa la natura del decesso del congiunto, oppure liberare la salma. L'esame esterno, effettuato dal medico legale Giovanni Zotti nella serata di venerdì, come già detto non lascerebbe adito a dubbi. Toriello si è tolto la vita legandosi una corda al collo. I familiari chiedono però chiarezza in relazione ad alcuni lividi che il giovane presenterebbe sulla schiena. Nulla, inoltre, stando alla denuncia degli stessi, lasciava presagire un atto così estremo. Alcuni giorni fa il 43enne aveva avuto un colloquio con la figlia con la quale si era ripromesso di rincontrarsi il 23 dicembre per gli auguri di Natale. Poi il colloquio con il magistrato di cui, però, non si è appreso il contenuto. Qualcosa che possa aver turbato a tal punto l’uomo da spingerlo al suicidio? Sembra davavero improbabile.
Marco Toriello era noto alle forze dell’ordine per reati inerenti il mondo degli stupefacenti. Era stato arrestato nel dicembre dello scorso anno a seguito di una tentata rapina messa a segno ai danni di una fruttivendola di Eboli. L’uomo fu prima messo in fuga dal compagno della commerciante e successivamente arrestato dai carabinieri della compagnia di Eboli.
Malato da tempo di epatite e con altri gravi problemi di salute, era ristretto nel reparto detentivo della locale casa circondariale, destinato ai tossicodipendenti. Le sue condizioni di salute, tuttavia, erano delicatissime e lo stesso necessitava di cure costanti. Ecco perché l'episodio ripropone, come evidenziato dal segretario provinciale della penitenziaria Lorenzo Longobardi, la necessità di istituire presso l'ospedale cittadino “Ruggi d'Aragona” di via San Leonardo il reparto detentivo per i detenuti affetti da gravi patologie. Il reparto, che sarebbe già stato ultimato, doveva aprire i battenti ad ottobre ma, ad ora, ancora non è stato attivato. Ciò fa sì che i detenuti afflitti da problemi di salute restino ristretti a Fuorni in un ambiente, cioè, certamente non adatto a loro. Dietro le sbarre della casa circondariale di Salerno Fuorni, infatti, la situazione dal punto di vista “sanitario” non è tra le più rosee: i detenuti, come confermato dagli ultimi dati, sono più a rischio di contrarre malattie rispetto al resto della popolazione e, il contagio, è davvero dietro l'angolo.
Le patologie di maggiore ricorrenza sono quelle correlate allo stato di tossicodipendenza dei detenuti presenti che rappresentano circa il 20% dell'intera popolazione ristretta: ciò è causa di epatopatie (circa il 10%) quali l'epatite da virus C e la cirrosi epatica, le micosi e la sindrome da Hiv, la cui frequenza è in aumento. L’epatite C è la compagna subdola e silenziosa di centinaia di detenuti scatenandosi tramite alcune situazioni e comportamenti tipici nelle carceri come la diffusa pratica del tatuaggio effettuato con ogni mezzo come aghi rimediati iniettandosi sotto la pelle l’inchiostro delle penne a sfera, il sovraffollamento e la tossicodipendenza. A Salerno sono circa 500 i detenuti “prigionieri” di un sistema che, a causa dei continui tagli alla spesa pubblica, appare sempre meno adeguato alle esigenze di chi in carcere dovrebbe compiere un percorso di reinserimento nella società. Si registra – ed è questo un altro dato allarmante – un aumento della presenza di detenuti affetti da cardiopatie di diversa natura e di soggetti con disturbo della psiche per effetto della perdita di libertà. Tutti questi problemi sono poi acuiti dallo stato della Casa circondariale di Salerno Fuorni che, inaugurata nel 1981, risente dal punto di vista strutturale delle carenze proprie di una edilizia ormai superata nel tempo nonostante i costanti interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, attuati in base alla vigente normativa penitenziaria, abbiano senz'altro apportato sostanziali miglioramenti di vivibilità garantendo, nel contempo, un adeguato stato di conservazione dell'immobile correlato ad un buon livello di funzionalità interna dei servizi. Tra i problemi maggiormente risentiti, vi è la vetustà della rete fognaria di quella idrica e dell'impiantistica in generale. Gli interventi di ristrutturazione, inoltre, non hanno interessato la totalità dei reparti detentivi.
Da Cronache Salerno

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Nuovo Record Morti In Carcere

Marco Toriello, 45 anni, tossicodipendente, gravemente ammalato, venerdì scorso si è ucciso impiccandosi nella sua cella del carcere di Salerno. Si tratta del sessantanovesimo recluso che si toglie la vita dall’inizio dell’anno. Viene così eguagliato il triste “record” del 2001: il numero più alto di detenuti suicidi nella storia della Repubblica. Il totale dei detenuti morti nel 2009 sale così a 171.

Anche per Marco, come in altri casi recenti, i familiari non credono al suicidio e vogliono che la magistratura intervenga, disponendo un’indagine. E se è vero che ogni nuova morte in carcere si presta ad alimentare sospetti e polemiche (e i parenti hanno il sacrosanto diritto di chiedere e ottenere una verità certa), l’attenzione alla singola vicenda non deve far dimenticare che le “morti di carcere” rappresentano sempre e comunque una sconfitta per la società civile.

Negli ultimi 10 anni nelle carceri italiane sono morte 1.560 persone, di queste558 si sono suicidate. Per la maggior parte si trattava di persone giovani, spesso con problemi di salute fisica e psichica, spesso tossicodipendenti.

Ma è davvero scontato ed inevitabile che i detenuti muoiano, seppur giovani, con questa agghiacciante frequenza di 1 ogni 2 giorni? No, assolutamente no!
I morti sarebbero molti meno se nel carcere non fossero rinchiuse decine di migliaia di persone che, ben lontane dall’essere “criminali professionali”, provengono piuttosto da realtà di emarginazione sociale, da storie decennali di tossicodipendenza, spesso affette da malattie mentali e fisiche gravi, spesso poverissime.
Oggi il carcere è pieno zeppo di queste persone e il numero elevatissimo di morti ne è conseguenza diretta: negli anni 60, come dimostra la ricerca allegata, i suicidi in carcere erano 3 volte meno frequenti di oggi, i tentativi di suicidio addirittura 15 volte meno frequenti… e non certamente perché a quell’epoca i detenuti vivessero meglio.
Oggi il 30% dei detenuti è tossicodipendente, il 10% ha una malattia mentale, il 5% è sieropositivo hiv, il 60% una qualche forma di epatite, in carcere ci sono paraplegici e mutilati, a Parma c’è una sezione detentiva per “minorati fisici”… e si potrebbe continuare.
Le misure alternative alla detenzione vengono concesse con il contagocce: prima dell’indulto del 2006 c’erano 60.000 detenuti e 50.000 condannati in misura alternativa; oggi ci sono 66.000 detenuti e soltanto 12.000 persone in misura alternativa.
Più della metà dei detenuti sono in attesa di giudizio, mentre 30.500 stanno scontando una condanna: di questi quasi 10.000 hanno un residuo pena inferiore a 1 anno e altri 10.000 compreso tra 1 e 3 anni.
Molti di loro potrebbero essere affidati ai Servizi Sociali, anziché stare in cella: ne gioverebbero le sovraffollate galere e, forse, anche la conta dei “morti di carcere” registrerebbe una pausa.
fonte: OSSERVATORIO PERMANENTE SULLE MORTI IN CARCERE
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